Non abbandonare la strada nuova senza la vecchia

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Franz Anton Mesmer

Franz Anton Mesmer

Mesmer non fu, né l’inventore dell’ipnosi né della psicoterapia, come non fu inventore della psicoterapia Freud ma ben prima di lui Bernheim, ben consapevole dei debiti che contraeva da Mesmer come questo riconosceva i legami con Gassner.

Ognuno di loro ha avuto bisogno di seppellire il predecessore per potere parlare in prima persona, eppure praticavano molto più delle loro tecniche e teorie di quanto facessero i diretti seguaci dei loro padri, mentre questo difficilmente accadeva per i seguaci degli innovatori verso i predecessori di questi.

Ora le tante costellazioni riprendono le tradizioni sciamaniche e spirituali e chi le pratica pensa che in questo legame con il passato ci sia tutta la loro novità rispetto alle “vecchie” pratiche cliniche e le psicoterapie.

Ora io mi scuso con quanti ho convinto ad abbandonare le pratiche classiche per abbracciare questi percorsi inconsueti e sono qui a dir loro di fare l’opposto: non perché le critiche che muovevo alla tradizione riconosciuta non fossero valide… ne sono tutt’ora convinto. Piuttosto, solo perché non si diventi come loro: presuntuosamente convinti che vi sia una e una sola via.

La Messa è finita

La Messa è finita

Voglio percorrere ogni strada deviante solo nel momento in cui conserverò il setting classico come opzione principale, perché solo fintanto che riuscirò ad esercitare delle teorie e delle tecniche che nel contempo critico potrò veramente dirmi un pensatore libero e un innovatore, diversamente da quando perfezionerò la mia arte per renderla classica.

Qualcun altro reggerà la mia mano quando farò qualcosa che non conosco e non ne comprendo neppure bene le ragioni solo se nel contempo io sarò un umile praticante di un rito che so andare ben lontano dalla ritualità.

Nessun vero sacerdote può credere di evocare un Dio con la sua messa o qualsivoglia rito, ma sa che dovrà umilmente servire quella messa perché qualche volta l’ala di un angelo generosamente sfiori il suo gregge dando un senso al suo esercizio in sé e per sé altrimenti vuoto.

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Costellazioni Ipnotiche — Domande e Risposte

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Verosimilmente questa pagina verrà aggiornata con una qualche ripetitività ogni qualvolta che ne ricevo di nuove che possano essere utili anche a coloro che non osano fare domande.

Non c’è un vero e proprio ordine nelle domande: le riporto alla rinfusa per come mi arrivano o per come mi vengono in mente. Vedete un po’ se trovate quella che serve e se non ci fosse non tardate ad inserirla.

Elenco delle domande

costellazione

Provando a rispondere

  • «Devo per forza portare una mia “domanda” per partecipare»
    • No. Il cambiamento principale sì ha dal solo fatto di partecipare in maniera coinvolta all’Esperienza Mentale del gruppo stesso. Anche chi aiuta cambia se stesso nel farlo, anche se è meno evidente. Tuttavia, è alquanto frequente che i cambiamenti non siano immediatamente chiari o percepibili neppure a chi porta la “domanda”; non di rado essi avvengono attraverso un long tail che mi ha portato ad affinare una tecnica finalizzata ad osservare meglio le trasformazioni altrimenti scarsamente attribuibili al lavoro svolto.
  • «C’è la garanzia che si metta in scena la mia richiesta?»
    • No. La cosa dipende dall’evoluzione dei lavori. Ciononostante, partecipazioni permettendo, conto di fare un breefing iniziale per scegliere insieme quali quadri scegliere, salvaguardando la possibilità di esaudire tutte le richieste. Ciò detto, quello che conta è comprendere che il vero valore aggiunto dell’esperienza non sta nella richiesta individuale: questa il più delle volte è un “dono” che il proponente fa al gruppo per esercitare le proprie percezioni sottili e la condivisione delle risorse dell’inconscio collettivo gruppali. È la partecipazione al lavoro che fa crescere e non certo l’attaccamento al problema!
  • «Ho già fatto altre Costellazioni: è una ripetizione, c’è continuità fra l’una e l’altra, ecc…?»
    • Premesso che anche se condividessero lo stesso approccio non sarebbero né una ripetizione inutile né un proseguimento della stessa attività più di quanto si potrebbe dire dell’attività ginnica in due palestre diverse. Tuttavia, tre differenze devono essere ben chiare, confrontandole con gli orientamenti più diffusi:
      1. Pur senza per nulla escluderla, l’enfasi sulla soluzione dei problemi passa decisamente in secondo piano rispetto all’elaborazione e la messa in comune degli stati di coscienza di gruppo
      2. Pur senza per nulla escluderla, l’enfasi sulle genealogie è decisamente minore rispetto alle prospettive di apertura al futuro
      3. Pur senza per nulla escluderla, la “ricerca del morto” non viene affatto perseguita, diversamente dallo stimolo della creatività relazionale e della fiducia nella relazione non-interpretativa con l’inconscio collettivo.
  • «È un corso di formazione o un lavoro su se stessi?»
    • È un lavoro su se stessi e sull’esperienza del gruppo come generatore di livelli mentali o di “coscienza”. D’altro canto non riesco a concepire un percorso differente per imparare a lavorare con i gruppi che non sia… lavorare con i gruppi. È altresì evidente che gli eventuali risultati formativi sono condizionati ad altre forme di preparazione antecedenti o parallele, ognuna con la propria specificità (per fare esempi professionali, lo psicoterapeuta ne avrà di un tipo vicino al proprio orientamento, lo psicologo quella dello psicologo, il counselor la sua e così via). Pertanto, pur rimanendo un lavoro concentrato sull’esperienza del gruppo non lo proporrei se non avesse un forte valore di apprendimenti, intanto come membri del gruppo e poi, eventualmente, per esportarlo nei propri percorsi professionali.
  • «Può esserci anche un puro e semplice interesse teorico per partecipare? Si può venire solo a “guardare”?»
    • Certamente “guardare” e anche “ascoltare” è possibile ed auspicabile. Lo è soprattutto “sentire” intimamente! Non riesco ad immaginare che lo si possa evitare. Nello stesso modo, è importante lasciarsi coinvolgere: per evitarlo occorrerebbe esercitare uno sforzo di resistenza titanico che tuttavia non è certo impedito, nonostante quando si viene chiamati per esercitare un ruolo nel quadro agito è necessario almeno assecondare la richiesta.
  • «Perché insistete a dire che non si può spiegare quello che succede? È per mantenere il segreto sulla vostra tecnica?»
    • Per il semplice fatto che non cercare UNA spiegazione che non sia la pura e semplice esplorazione di trame possibili o l’evocazione di suggestioni e di variazioni di piani di realtà. Avvicinarci all’attore che risiede al di fuori del piano logico e linguistico e creare con esso una relazione è il cuore della tecnica e anche la sua prassi. Tutto il resto dipende in minima parte dallo stile del conduttore (che nel mio caso è di garanzia di un livello di sicurezza interno individuale in un atteggiamento di maggiore apertura possibile alle direzioni indicate dall’inconscio del gruppo — e chi conosce la materia sa che questo è tutt’altro che condiviso dagli altri approcci alle costellazioni), e complessivamente dalla “parlabilità” del piano di inconscio collettivo (tutt’altro che pianificabile) e soprattutto dalla riuscita del gruppo per la disponibilità al contatto, al sostegno, alla resilienza e alla generosità.
  • «Se il conduttore non è così importante, allora potrebbe essere gestita spontaneamente, come per le riunioni degli alcolisti anonimi?»
    • È vero. Se mai l’esperienza dovesse avere un seguito, mi piacerebbe che fosse proprio questo, ovvero un gruppo che propone di volta in volta il proprio membro catalizzatore in maniera da rendersi il più libero e indipendente possibile. Pensate che bello sarebbe un mondo di gruppi di costellazioni invece che di inutili assemblee di condominio o sterili riunioni rituali aziendali!…
  • «È una cosa per esauriti, malati o anche per i “normali”?»
    • In genere i più “esauriti” che ho incontrato per strada erano classificati come i più normali e viceversa. Si fa prima a dire che è per tutti, anche se non è così. Sono escluse dall’esperienza, ad esempio, persone con gravi disturbi dissociativi e soggetti sociopatici con rilevanti problematiche oppositive. Tutti aspetti che considererei abbastanza ovvi, ma che è bene puntualizzare.
  • «Posso portare anche una domanda “pratica”? Serve a qualcosa farlo in un contesto simile?»
    • Assolutamente sì! Paradossalmente, i quadri che nascono da argomentazioni ricche di pathos o con temi complessi, intrecciati, estesi, annodati, ecc… non portano da nessuna parte, mentre la maggior parte dei momenti di arricchimento si ingenerano a partire da situazioni molto semplici. Perfino situazioni di salute organica o fisiologica sono occasione di arricchimento. Infatti, l’impatto psicosomatico di questi gruppi è spesso stupefacente, anche se va chiarito che il senso del processo sta nel consentire l’espressione dei messaggi contenuti nella malattia e non certo nella cura della malattia. Non di rado si è verificato che l’espressione di questi “messaggi” abbia coinciso con un alleggerimento e una gestione diversa dell’esperienza patologica che è coincisa con quella che potrebbe essere riduttivamente definita “guarigione”, ricordando che da quando si è nati siamo condannati ad una malattia dall’esito sicuramente mortale solitamente nota come “vita”.
  • «Sono richieste conoscenze o insegnate tutto lì?»
    • Meno ne si sa è meglio è. A chi arriva “imparato” viene richiesto uno sforzo — non di rado molto impegnativo — di non far riferimento ad altre esperienze simili, riservandosi ovviamente di farlo in un secondo momento, possibilmente al di fuori del gruppo. Questo gruppo è l’unica teoria e l’unico docente. Ne consegue che, essendo il gruppo costituito lì per lì, non esiste alcuna teoria pregressa.
  • «Occorre essere abbigliati in modo particolare?»
    • Sì. Non è richiesto di essere attraenti, ma solo autentici. Inoltre di essere a proprio agio anche in posizioni meno “urbane” fra le quali è tutt’altro che infrequente stare sdraiati a terra. Tanto per cominciare, salvo particolari problemi di salute, l’indicazione è di sedere a terra (se avete un puff o un plaid personale stile Linus con la sua coperta, fate bene a portarlo con voi). Pertanto sono esclusi abbigliamenti attillati, calzature strette o con tacchi improbabili. Tute, tuniche, pigiami, ciabatte, antiscivolo sono i generi di abbigliamenti indicati. Esiste la possibilità di cambiare vestizione, per cui potete venire come volete a patto di avere con voi i vestiti adeguati.
  • «Ci saranno altre edizioni? Si tratta di una cosa che continua nel tempo o finisce tutto lì?»
    • Mai dire mai! Per il momento non è prevista una replica. Se poi il gruppo trovasse di giovamento proseguire nell’esperienza verranno caso mai discusse le modalità, tuttavia ben difficilmente partiranno gruppi paralleli con la mia persona e l’allargamento dei partecipanti sarà limitato alle condizioni di tolleranza del gruppo stesso — ovvero in percentuali molto limitate. Ciò detto, questa esperienza è stata concepita come momento a se stante: tutto quello che potrà venire dopo al momento non sfiora minimamente la mente degli organizzatori.
  • «Ci sono controindicazioni di salute?»
    • È fatto assoluto divieto di partecipare all’esperienza a chi abbia problemi cardiocircolatori, allergici o respiratori (ma anche altre patologie invalidanti qui non citate) di una certa rilevanza senza averne messo a conoscenza il conduttore (in mancanza di dichiarazione medica diamo per valido come assenso l’autocertificazione pubblica del partecipante) anche per il tramite degli organizzatori. In questo caso ci prenderemo cura di evitare i momenti che comporterebbero rischi per la loro sicurezza.
  • ««Che cosa si può leggere in proposito?»
    • La letteratura è talmente ampia che mi sento di dare un consiglio: «Non leggete niente!» o per lo meno nulla che abbia a che fare con le costellazioni. Molto meglio una preghiera, una meditazione, un mantra… Oppure libri di poesia, racconti, romanzi, saggi filosofici, purché lontani dal pessimismo e dall’arrogante scientismo. Se volete fare qualcosa di utile, respirate e amate chiunque, a partire dagli esseri animali e vegetali.

Prima di salutarci, ribadisco l’invito a comunicare ogni vostra ulteriore domanda, proposta o considerazione nello spazio dei commenti del sito come pure in quelli analoghi su Twitter, sulla pagina Facebook o su quella dell’Evento Facebook.

La colpa e la causa

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Quello che vorrei fosse chiaro a scanso di equivoci è che quando parlo di Costellazioni Ipnotiche non parlo di psicogenealogia né dei riferimenti morali impliciti nel modello di Hellinger.

Quello che ci allontana radicalmente è il presupposto presente in troppe religioni oscurantiste, a partire da buona parte della religione scientifica, che sia possibile fare risalire i fenomeni ad una causa e che sia possibile intervenire su questa fantomatica causa per modificare il fenomeno, soprattutto senza che questo non diventi causa di altri fenomeni indesiderabili per qualcun altro.

Il passo da questo pre-concetto epistemologico all’atteggiamento morale della ricerca della colpa, come se sia possibile rinvenirne una di univoca e che sia possibile un’escatologia a partire dalla confessione o dall’esorcismo è veramente breve.

Bisogna fare attenzione a non far passare quanto si fa in nome di un Amore e dei suoi fantomatici ordini, in una caccia alle streghe allucinatoria!

Con questo non voglio dire che una tematica e una narrazione genealogica non abbia ragion d’essere, ma solo in un contesto narrativo e non in una presunzione di causa e peggio ancora di colpa. Anche se sono certo che non sono molti i “costellazionisti psicogenealogici” che farebbero un’affermazione simile, di fatto troppi resoconti esorcistici dei loro lavori sono trasformati in cimiteri o telefilm criminali e, soprattutto, troppi clienti hanno sviluppato un desiderio quantomeno morboso di scoprire il morto o l’assassino che si nasconde nella storia della loro, altrimenti muta ed indifferente genealogia.

Ricollegarsi con le nostre radici è un gesto di accettazione e riconoscenza: in questo senso sì, d’amore. E la fusione del divenire del passato e — non dimentichiamocelo — del futuro di un tempo che non esiste al di fuori della nostra sezione di realtà, è un’istanza fondamentale per l’integrità che tuttavia viene a perdere qualsiasi significato a mano a mano che ci allontaniamo dal qui ed ora fenomenologico e circolare.

Inconscio come non-luogo

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L’idea di non-luogo

Il concetto di non-luogo coniato dal’etnologo francese teorico della SurmodernitàMarc Augé, fa il paio con altre figure del post-modernismo, come quella di liquidità del Zygmunt Bauman.

Questa parola, adottata ormai anche dai comuni dizionari, descrive quegli spazi che hanno perso una precisa connotazione umana essendo ambienti dove prevale una scarsa definizione, che non nascono per una specifica attività delle persone, ma spesso per ospitare una potenzialità, un tempo e un’azione sospesa, all’interno dei quali gli esseri si muovono in qualcosa che di fatto è in tutto e per tutto una transe.

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Viene facile pensare agli ambienti di transizione, come le sale d’aspetto (l’idea di una “sala d’aspetto” mette in evidenza il prevalere dell’organizzazione rispetto all’azione: un luogo nato per “agire l’attesa”), gli autobus o i metro, le code in tangenziale… dove i viaggiatori lungo l’itinerario hanno almeno parzialmente sospeso la propria identità sociale quotidiana, salvo acquisirne una specifica rispetto alla frequentazione ricorrente di quell’ambiente; gli Apple Store dove la gente vaga di tavolo in tavolo, non per comprare ma per rimanere; una transe vicina a quella che si prova nei centri commerciali, ma anche nei casinò o nei bingo…. In tutti questi casi l’identità dell’ambiente prevale su quella dei soggetti trasformati in astanti, figuranti: è la casa ad essere il padrone di casa. Tuttavia, per estensione potremmo considerare come non-luoghi i social network, anche se l’aspetto spaziale qui viene ridotto al minimo, ma non per questo la sospensione temporale o la riduzione del protagonismo ad un frequente solipsismo o a dialoghi immaginari. Questo avviene perché un non-luogo è essenzialmente un evento psichico (o psicosociale) al di fuori del quale il luogo non ha alcuna dignità d’esistere.

Il non-luogo della transe

L’idea del non-luogo come transe può essere ragionevolmente ribaltata. Si può a ragione affermare che nell’induzione di transe si vada a realizzare una dislocazione in un non-luogo, ovvero in una dimensione di annullamento delle coordinate spaziali e conseguentemente di quelle temporali (che non esistono una senza l’altra).

La funzione della transe, fin dai riti sciamanici o dalle tecniche estatiche, è stata da sempre quella di sottrarre la mente alla sua individualità storica e sociale. Si va in transe per ridurre il controllo dell’Io (che in moltissime occasioni ho ripetuto essere una variabile del linguaggio assurta a soggetto sociale, identità).

Nell’ipnosi si è frequentemente sostenuto di portare il cliente a contatto con l’inconscio, ma la contestazione dell’ingenuità epistemologica di questa formulazione è uno dei capisaldi teorici di NuovaIpnosi.

La sudditanza dell’ipnosi alla natura molare del modello scientifico della modernità è evidenziata proprio dal bisogno di riempire di “sostanza” una dimensione per giustificarne l’esistenza o, più precisamente, per potervi fare ricorso. La fisica post-moderna da tempo considera di avere a che fare con dei modelli che non hanno necessità di “esistere” nella realtà percepibile, gioco forza costituita di oggetti dotati di volume o almeno rappresentati in quanto tali. Anche la fisica si sta “matematizzando”, ovvero spostando su modelli fattuali che fanno riferimento su teoremi simbolici o concettuali caratterizzati dal fatto di venire “fatti funzionare”, verificati in base alla rispondenza interna al modello stesso.

L’inconscio che non è in noi

IMG_1844Per tornare a noi, è una notazione dell’infanzia del pensiero quella di tante scuola di ipnosi che considerano l’inconscio come un soggetto (“fatti aiutare dall’inconscio”, “ascolta il tuo inconscio”) – al di là di una comprensibile allegoria linguistica atta a favorire la relazione con clienti che nulla sanno di epistemologia (ma nello stesso modo si potrebbe evocare gli Chtoniani immaturi non ancora mutati o i Cuccioli Oscuri di Shub-Niggurath, la Prole informe di Tsathoggua, la Razza di Yith, Shantaks, Byakhee, Ghoul, Ghast, Gug, o Mi-go…).

Meno ancora comprensibile è la cerebralizzazione dell’inconscio, il volerlo collocare in questa o in talaltra struttura encefalica soprattutto in una patente impossibilità di definirne delle caratteristiche funzionali. Si comprende bene come delle funzioni così apparentemente definite del comportamento, come udito o vista, non sono che delle grossolane generalizzazioni al fine di rendere un processo allocabile in una qualche struttura emisferica utili per i giornalisti di divulgazione funzionali al sistema mediatico: figuriamoci definire per poi collocare l’inconscio!!! La cosa risulta ancora più grossolana nel momento in cui l’identificazione delle funzioni comportamentali e, più in generale, mentali nell’organo intracranico sta lasciando il posto ad una visione più allargata.

La lettura più timida nei confronti della scienza moderna prende in considerazione le strutture neurologiche periferiche e il chimismo ormonale come protagonisti non-incidentali della natura e dell’elaborazione del comportamento, ma non è più considerato un azzardo parlare del ventre come secondo (se non primo) cervello, della distribuzione microcellulare delle scelte dell’organismo e soprattutto del microbioma (gli ospiti di quel corpo che erroneamente insistiamo a considerare nostro) nella loro natura cellulare, ma — perché no — anche in quella proteica (DNA, Virus, retrovirus…), senza spingerci (fatto che personalmente non considero una bestemmia!) a comprendere l’ipotesi memetica.

Il non-luogo dell’inconscio

In ultima analisi, quello che la NuovaIpnosi va affermando (e che è oggetto di un paperback in corso di realizzazione) è che il concetto di inconscio è un artificio retorico.

“Chiamare è far esistere” in qualche forma ancora difficilmente definibile e sulla quale è di per sé impossibile un vero e proprio accordo, è il principio stesso presente nelle tecniche evocative delle religioni, fino alla figura ebraica del Golem, antesignano degli attuali robot e di Internet stessa.

Nel richiamare l’inconscio si fa riferimento ad un non-luogo. Un passaggio, questo che segue, comprensibilmente difficile ai più che pertanto possono continuare a pensare al nostro inconscio Chtoniano un po’ new age e buonista.

In definitiva, non si deve pensare che un non-luogo sia una truffa teorica o un errore: in fondo è come se esistesse il “luogo non-luogo”, proprio come nei modelli di Augé citati all’inizio, solo che a proposito di “inconscio” il piano spaziale di cui ci stiamo occupando è diverso da quello degli ambienti urbani e sociali.

Il fatto che la conoscenza umana non sappia definire degli eventi, dei fatti, delle sostanze, seppure anche solo in via astratta, non deve apparire strano a nessuno. Così, non avrebbe senso affermare che ciò che questi fatti, per il solo motivo che non sappiamo definirli — pur potendoli osservare — non “esistono”.

Nello stesso modo, non può essere escluso che esistano dei fenomeni che sono estranei ai nostri strumenti di osservazione: pensiamo soltanto ai limiti di riconoscimento di entità cellulari che precedettero l’introduzione dei microscopi. Questo non vuol dire che l’umanità prima dei microscopi non avesse un’idea di realtà incontestabile che non prevedeva, né aveva bisogno di far ricorso a microbi e virus per trovare una spiegazione che escludeva repliche o smentite.

Ebbene, se ci portiamo all’idea del mondo che poteva avere un australopiteco ci possiamo rendere conto di quanto possa essere gigantesca la vastità di questo scarto: non ritengo di bestemmiare affermando che è difficilmente quantificabile. Immaginiamo che quanto l’australopiteco non poteva vedere di quello che vediamo noi abbia un nome, diciamo “Gualtiero”, potremmo definire che lo scarsamente quantificabile Gualtiero, lungi dal non esistere, abbia una sua ben precisa, anche se enorme, identità.

Ora, ammettiamo che la “mappa” della conoscenza umana odierna, che non potrà mai essere “il territorio” della realtà extra-osservabile, sia paragonabile a quella dell’australopiteco se confrontata a quella dell’uomo di qualche migliaio di anni più in là (ricordate che la curva dell’apprendimento degli ultimi secoli ha avuto un’impennata senza alcun paragone nella storia dell’umanità), fra un po’ di anni potremmo avere a che fare con “2 Gualtieri”. Tutti questi Gualtieri sarebbero dei soggetti-non-soggetti (oltretutto sarebbero “il pensato” e “il pensatore” nello stesso istante).

Dall’inconscio all’ipnosi e ritorno

IMG_1846Spostiamo questo ragionamento nella conoscenza di sé che comunemente chiamiamo mente individuale. Non sto a rinvangare il principio che dovrebbe essere assodato che la mente ha con il territorio reale un rapporto rappresentativo: ovverosia quella che noi pensiamo è sempre la mappa della realtà e non la realtà osservabile stessa. Allarghiamo il nostro pensiero e immaginiamo che esiste una realtà di gran lunga superiore a quella rappresentata dalle nostre mappe. Quanto potrebbe essere superiore? Ognuno è libero di pensarla come vuole in proposito, ma solo per fare un paragone, pensiamo a quella che potrebbe essere l’idea del pianeta per un antico Celtico e confrontiamola con l’idea di Universo in espansione di un astronomo contemporaneo e dovremmo avere una seppur pallida proporzione. Immaginiamo, per finire, che invece di essere solo uno scenario avvincente ma inutile tutto questo delta esistente fra i due nostri esempi, sia una dimensione fattuale, ovvero un attore, invece che un fondale dell’esistenza, quali potrebbero essere le implicazioni di questo pensiero.

A questo punto pensiamo allo scarto fra la mappa della realtà dell’uomo di oggi e “il territorio fattuale” potenzialmente esistente qui e ora e sempre e diamo un nome a questa differenza.

Per come la penso io, non riusciremmo affatto a calcolare il numero di Gualtieri che ne deriverebbe, tuttavia di certo il saperlo non mi cambierebbe di molto la vita. E se invece di chiamare 1n Gualtieri  questo inosservabile attore potenziale che avrebbe un numero non precisato o precisabile di possibilità di intervento su di noi, pensieri compresi, gli dessimo un nome, quale potrebbe essere?

Io, nel frattempo che ci pensate lo chiamo “Inconscio” e constato che da millenni, nonostante non lo si sia ancora “scoperto”, ci stiamo già facendo delle cose, anzi, proprio tante. Molte di queste abbiamo imparato a farle con l’ipnosi e l’ipnosi ci ha insegnato la strada per avere sempre meno bisogno di certi rituali che appartengono al modo con cui l’abbiamo conosciuta, nonostante non sia proprio il caso di buttare via niente.

Orbene, come dicevo prima, non abbiamo affatto bisogno di andare ad “agganciare” questo nome ad altre sostanze o formule poco precisate ma scientificamente di moda (quanti, onde tetha, memi…) per avere a che fare con un’identità che possiamo inserire nelle nostre operazioni conoscitive e perfino legate a quel retaggio di modernità che è la vetero-scienza. La matematica ha un valore preciso ∞ per un simbolo che chiamiamo infinito e che, proprio in matematica, possiamo definire in molti modi, meno che privo di esistenza o sbagliato.

L’inconscio può essere altresì considerato un ∞ con la proprietà di agente, in grado quindi di intervenire nelle nostre vite e di modificarle e la storia dell’ipnosi e non solo stanno a dimostrare che possiamo essere in grado di sviluppare delle relazioni con  ∞.

Qualcuno avrà già sentenziato che questa è la riscoperta di Dio e che tutto ciò assomiglia tanto a una nuova religione.

Personalmente penso che negare questa visione a vantaggio di microsaperi sia la vera religione. Anzi, direi che si tratta piuttosto di presuntuosa superstizione.

Fortunatamente, seppure in modo molto limitato, ognuno di noi può scegliere di pensarla come crede ragionando con la propria testa o affidandosi all’autorità istituzionale a priori.

Inconscio e Costellazioni Ipnotiche 

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"Le bambole di Dresda" acrilico su tela 80x100 - 2011 Graziano Rey

“Le bambole di Dresda” acrilico su tela 80×100 – 2011 Graziano Rey

«Io non sono se non in un campo psichico con gli altri, con la gente, gli edifici, gli animali, le piante»
James Hillman

Uno dei principi fondamentali della NuovaIpnosi è rappresentato dall’idea di inconscio su cui basa il suo approccio alle tecniche che adotta e su cui e con cui lavora. Fra queste la dimensione del gruppo è personalmente fra quelle in cui più amo operare, è quella che prediligo.

Dal mio punto di vista, e quindi da quello di NuovaIpnosi, il gruppo non riveste finalità terapeutiche, didattiche o altro. Ha essenzialmente due missioni:

  1. Sviluppare apprendimento condiviso
  2. Fare Anima” (Hillman)

Uno dei modi più “facili” (e con questa parola voglio fare riferimento a quella che è un’esperienza immediata, non per questo meno impegnativa per i partecipanti e i conduttori, anzi!) che finora ho trovato per gestire l’esperienza della NuovaIpnosi nei gruppi è quello delle Costellazioni Ipnotiche.

L’idea di Inconscio

icebergQuella dell’inconscio nella NuovaIpnosi non la ritengo certo essere un’idea straordinariamente originale, ma è anche vero che nella rappresentazione sociale, quello che le persone immaginano quando pensano all’inconscio non le somiglia molto. Lo stesso Freud aveva superato l’idea che si trattasse di un “luogo” (il modello della prima topica), tuttavia il fatto che ne si vadano a cercarne le tracce nelle aree cerebrali come pure nel patrimonio genetico ci fa capire che in definitiva non ci si è allontanati da questo modo di pensare grossolano di una fisica delle masse e della “sostanza”. Se la fisica si è allontanata parecchio da questa superstizione arcaica non altrettanto ha fatto la medicina e, quel che è ancora più paradossale, la psicologia. L’idea che l’inconscio sia “dentro” il nostro corpo ci rassicura, ma è anche una maledizione. All’inconscio “spazzatura”, com’è stato vissuto per almeno mezzo si è sostituito quello salvifico della seconda metà del secolo scorso, esattamente nello stesso modo in cui l’umanità ha vissuto nel terrore del diavolo per una buona parte della sua storia e nella sua negazione per un periodo simile, ma esorcizzare l’idea di doppio contenuta nel principio diabolico non ci conduce di certo ad una maggiore integrità. È impossibile smettere di avere paura e nessuna conoscenza ci può offrire una garanzia in questo senso: possiamo solo accettarla come una parte costitutiva di noi e quindi integrarla nelle nostre esperienze, lasciare che ci insegni e provare a insegnarle a conoscerci di più.

Nello stesso modo è importante comprendere che quel “noi stessi” che ho appena vergato non è un’identità separata, ma piuttosto una sezione del nostro essere qui ed ora e nello stesso tempo lì e altrove del quale possiamo conoscere solo gli aspetti che riescono a venire individuati

  1. dai canali sensoriali
  2. dal linguaggio

Il fatto che la conoscenza che identifica chi siamo sia drammaticamente limitata non ci permette di giustificare il senso di ottimismo di cui è pervasa la scienza, ma solo di affidarci con serenità al destino, nondimeno facendo il possibile per renderlo più confortevole alla nostra missione di trasformazione alchemica e di “scelta” esistenziale.

Tutto quello che sta fuori questa sezione di “Realtà” che chiamiamo la nostra realtà è ciò che non trova posto nel nostro linguaggio: una dimensione potenzialmente molto più infinita dell’idea che abbiamo dell’Universo, anche perché esula dai nostri correlati dimensionali quantitativi. Ebbene questa dimensione nella nostra idea non è una “cosa” ma una moltitudine di livelli di realtà che interagiscono fra di loro e con quella minima sezione di entità che siamo soliti chiamare “io” e “noi”.

Questa è quindi la sezione di Realtà di cui non siamo consapevoli.

Non ne siamo consci.

È il non-conscio ovvero l’in-conscio. Un inconscio che contempla la possibilità di più piani di relazione (estrapolando, di esistenza) e quindi un inconscio che è attore nei confronti della nostra vita e della comprensione di noi stessi.

Il modo privilegiato per favorire la comunicazione con l’inconscio è costituito dall’interruzione o più realisticamente la “rarefazione” del pensiero linguistico che si verifica nelle esperienze estatiche e in quelle meditative, nella transe evocativa e nel paradosso (si pensi ai koan del Buddismo Zen).

La nostra cultura, attraverso i suoi apparati di controllo e sorveglianza cognitiva, ha sottratto e spesso relegato nella superstizione buona parte degli spazi per realizzare queste esperienze. Non è un caso che si sia creata di pari passo una proporzionale corrente volta a legittimare il bisogno che le persone hanno di riallacciare i rapporti con questa parte di conoscenza che esula ogni hybris, ogni sforzo della scienza di costringere l’infinito inconscio nel suo modesto letto di Procuste e il tentativo da parte di molti, dall’una e dall’altra parte, di creare un dialogo felice si va sempre più scontrando con il fanatismo che vede nel conflitto “definitivo” l’unica via praticabile.

Ritengo che quella delle Costellazioni sia una strada volta a ricostruire questo dialogo, nel momento in cui si va a lavorare nella rappacificazione fra le nostre presuntuose credenze umane e la dimensione del Sacro, che in fondo è un altro modo per chiamare quanto non conosciamo che ci partecipa e che intuiamo essere infinitamente più grande di noi.

Le Costellazioni Ipnotiche

È fatto ormai acquisito il contributo offerto alla psicologia dall’operazione sinottica di Bert Hellinger nell’introdurre il metodo da lui battezzato Costellazioni Familiari Sistemiche, un approccio inevitabilmente controverso quanto fautore di cambiamento nel modo di percepire il lavoro psicologico e non solo.

Intanto ha consentito di riallacciare il rapporto con le tradizioni del culto degli antenati che appartengono, non solo ai paesi dell’oriente e del sud del mondo, ma anche più che mai alla nostra storia che fino ai popoli latini conferiva grande rispetto verso i propri mani.

Poi ha ricollegato la tradizione eziologica transgenerazionale del disagio, quella che appartiene alla psicanalisi che riteneva necessario risalire ad un fatto traumatico della propria persona la ragione delle fissazioni causa delle nevrosi. Il fatto di ripercorrerle ed elaborarle, in questo modello consentiva di liberarsi degli influssi nefasti di questi “focolai” che una volta “aperti” potevano “spurgare l’infezione”.

Come nella Psicogenealogia di Anne Schützenberger e la terapia familiare transgenerazionale di Ivan Boszormenyi-Nagy, anche per Hellinger le radici delle sofferenze andrebbero individuate nei traumi riferiti, non solo alla nostra persona, ma a quello che potremmo definire il nostro clan, anche se quest’idea ha poi traguardato in direzione delle popolazioni, fino alla specie umana nel suo complesso.

L’indiscutibile coerenza e serietà che ha portato Hellinger a lasciare “open source” il suo modello in un “mercato” che finisce per mettere il marchio a varianti banali di pratiche del tutto comuni ha portato anche al male calcolato di una notevole moltiplicazione di scuole e operatori di Costellazioni Familiari con gli indirizzi e le modalità di lavoro più disparate. Molte componenti mi legano ad Hellinger mentre alcune mi sono estranee, ma devo dire che si sente il bisogno di ridefinire la pratica come un metodo generico per non correre il rischio di dare informazioni sbagliare rispetto a quello che si fa.

Mappa delle Costellazioni Ipnotiche

Riferimenti ispiratori e concetti cardine delle Costellazioni Ipnotiche

Non è un caso che per parlare di Costellazioni nel modello della NuovaIpnosi abbia anteposto una lunga introduzione sull’idea di Inconscio da cui partiamo: proprio questo modello di Inconscio, infatti, qualifica l’attività che viene da noi svolta con il ricorso al metodo delle Costellazioni, quest’ultimo ispirato a Hellinger.

Una prima fondamentale differenza è costituita dalla presa di distanza dal causalismo lineare e quindi dalla forzatura che vuole le cause di quanto accade fissate in taluni eventi della nostra storia. Semmai la storia è ricca di concause, ognuna delle quali va ad influenzarne o a generarne altre in una rete assolutamente indistricabile di relazioni imbricate. Prendere la matassa da un bandolo o scegliere di snodare un ganglio della rete è un’operazione legittima, probabilmente utile, ma in definitiva arbitraria e certo non risolutiva.

Quello che occorre fare non è di risolvere i problemi, ma di interrompere gli stalli, in modo tale che i giochi o le storie possano continuare a fluire.

Proprio l’idea di “storie” prende le distanze da quella di Storia che siamo abituati a portare con noi e da cui certo i metodi genealogici fanno fatica a prendere le distanze. Le storie si intersecano fra di loro proprio come nella narrativa picaresca splendidamente esemplificata nel Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Nepomucen Potocki e il significato di cui si va cercando non si ottiene da un’operazione di diagnosi etiogenetica, ovvero nell’individuazione della causa riduttivistica, quanto nel compito di unire i puntini (euristico-estetico, invece che interpretativo-ermeneutico) descritto dalla conferenza di Steve Jobs a Stanford.

Se dovessi trovare un riferimento alla mia idea di psicogenealogia proporrei proprio questo romanzo come libro di testo. I gruppi di Costellazioni Ipnotiche non di rado presentano giochi di specchi analoghi a quelli contenuti nelle vicende descritte da Potocki e non è la riduzione, ma piuttosto l’aumento di varietà a caratterizzare il campo semantico.

Nell’immagine che trovate qui sopra potete vedere delle celle colorate che rappresentano le teorie, pratiche e personalità che hanno influenzato le Costellazioni Ipnotiche, mentre sono colorate in grigio le istanze presenti nell’esperienza e le dimensioni che caratterizzano la specificità del lavoro, laddove sono colorate in rosso le celle che costituiscono delle linee di tendenza o meta-missioni.

Di queste hanno sicuramente grande importanza il modello multi-dimensionale della realtà e dell’inconscio che ho introdotto qui sopra, ma quello che maggiormente conta nell’esperienza vissuta nel gruppo è:

  • l’apprendimento della riduzione dell’ipertrofia della centralità dell’io
  • lo sviluppo di percezioni sottili
  • la crescita di un gruppo che impara proprio dalla sua esperienza di campo.

Infine vorrei chiudere il cerchio con il paragrafo di apertura.

Alla domanda legittima e alquanto frequente che rivolgono partecipanti ed interessati a chi organizza Costellazioni: “Che cosa succede e soprattutto da dove arrivano le cose che succedono?”, la mia risposta è che nelle Costellazioni Ipnotiche si crea un particolare Campo di Coscienza o Mentale” proprio di quello specifico gruppo.

Al suo interno si genera uno stato di indebolimento delle definizioni di realtà (per questo un simile metodo è generalmente controindicato a persone che hanno già problemi di dissociazione con la realtà quotidiana), ovvero una condizione di transe di gruppo (da cui l’aggettivo “ipnotiche” attribuito alle nostre costellazioni).

In questo modo si entra in una maggiore sintonia con le percezioni sottili che inducono alle altre dimensioni del reale, quelle che Jung chiamava le istanze dell’Inconscio Collettivo. È il gruppo stesso che a quel punto si fa counselor del membro che vuole approfondire la propria situazione. La risposta del gruppo è spesso una stupefacente impersonazione delle componenti della situazione, ma bisogna sottolineare che il risultato di questa elaborazione non è una spiegazione, ma piuttosto un’evocazione.

Qualche cosa può accadere (non è obbligatorio che accada) e i risultati non sono esprimibili in termini di causa ed effetto, ma di trasformazione del campo esperienziale (cfr. Lewin in psicologia sociale, e Sheldrake in fisica): quello personale, quello del gruppo e perfino quello del sistema esterno chiamato in causa in maniera del tutto a questo inconsapevole (ed è in genere meglio che rimanga tale!).

Il  graduale perfezionamento del lavoro sul campo esperienziale e sull’inconscio collettivo sostenuto dal gruppo potrebbe condurre ad una trasformazione della percezione della realtà, non tanto nel senso di una perdita di confini, ma caso mai di ampiamento della varietà e di ridimensionamento delle problematiche da attaccamento e quelle conseguenti da stallo.

Proprio la forte correlazione dei vissuti di stallo esistenziale con l’insorgere di patologie croniche fa sì che si possa considerare la partecipazione a gruppi di Costellazioni Ipnotiche un percorso che può influenzare positivamente il decorso patologico organico.

Resta da dire che, per quanto consideri quelle delle Costellazioni delle esperienze di trasformazione e di crescita molto valide, una delle principali controindicazioni ad una loro eccessiva diffusione sono le aspettative miracolistiche spesso indotte, non solo dai conduttori, ma spesso proprio dai partecipanti (che non di rado finiscono per inflazionare l’io del conduttore inducendo un’inversione di risultato).

Alla fine l’esperienza di esistere è un susseguirsi di diversi livelli di apprendimento che possono portare ad una quintessenza del proprio percorso , un livello non linguistico di consapevolezza: le Costellazioni Ipnotiche sono in fondo uno dei possibili ma spesso trascurati momenti rarefatti di apprendimento, invece che attraverso il linguaggio, per mezzo degli stati di coscienza e della consapevolezza sottile.

Prigionieri del destino

Lei (o forse era un lui) non voleva vivere in questo modo e piangeva tutto il tempo per quello che il destino le aveva riservato.

Poco importava che si potesse vivere diversamente: doveva compiere quel destino.

Non perché fosse giusto e in cuor suo sapeva che c’era di meglio e che le sarebbe stato possibile e perfino che avrei potuto aiutarla, ma la ricerca d’aiuto che mi rivolgeva era paradossale. Sapeva che la strada che aveva intrapreso era fallimentare, ma voleva che la rendessi comunque possibile. 

È vero che è sbagliata e perfino tanto irragionevole che farei bene a desiderare che mi facessi superare questo stallo, però questa strada è la mia strada, questo destino è il mio destino. Lo odio perché mi fa soffrire e mi uccide, ma senza di lui non mi sentirei io e non voglio minimamente neppure che mi aiuti a conviverci perché sarebbe come indebolirlo e con esso la mia identità. Non posso perderlo senza perdere me stessa..
La sola cosa che riuscii a fare fu di dirle che era bella e che l’amavo mentre l’accompagnavo alla porta. Poi le stetti vicino (anche se potrebbe essere un gli) e ogni tanto presi a mostrarle che c’era il sole e nella notte le stelle e che il destino non era poi una cosa così grande come quel cielo con poca gloria che per questa grandezza avrebbe potuto abbracciare anche un destino così capriccioso. 

“Se desidero un’acqua d’Europa altro non è che la pozza fredda e scura dove una bambina colma di malinconia abbandona una barchetta brilla come una farfalla in maggio” A. Rimbaud

“La costellazione e le sue onde” di Costanza Battistini

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Essere la Costellazione

Riemergo ora da due giornate di intense costellazioni.

Familiari? Ipnotiche? Individuali? Non importa: le costellazioni sono un viaggio a porte aperte all’interno di un legame di gruppo che rimarrà, per un periodo limitato nel tempo o per sempre, nella tua esistenza. 

Mi sono ritrovata ad esprimere intenzioni ed emozioni di persone e circostanze, ho visto la mia vita vissuta da altri, cercando ogni tanto di ascoltarmi per capire se qualcosa stesse sedimentando in me.

Tutto tranquillo alla fine della prima giornata, ancora solida a metà della seconda mattina poi ho avvertito la rottura degli argini.

Credo di poter paragonare la mia sensazione a quella vissuta dagli scalatori di roccia che, raggiunta pericolosamente la vetta dopo ore di estrema concentrazione, si abbandonano a giochi infantili e liberatori.

La mia immagine diventa sempre di più quella di un setaccio nel Klondike, dove pepite di diverse misure e lucentezza incominciano a distinguersi in mezzo alla melma.

Il lavoro con gli inconsci regala questo: la possibilità di arricchirsi della vita dell’altro e di alleggerirsi donando qualcosa di sé.

L’unione fa la forza e un dolore condiviso è già un mezzo gaudio.

Il pensiero e le sue onde

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Esiste un modo di vivere per ogni abitante della terra. Ognuno ha i propri riferimenti ed i suoi punti di vista ma oggi voglio spingermi lungo il solco che divide gli esseri umani in due grandi gruppi: coloro che si stupiscono della variabilità degli eventi e chi invece li collega uno ad uno in un filo d’Arianna lungo quanto la vita.

Sono nel solco e guardo un po’ da una parte e poi dall’altra, consapevole di avere frequentato, durante la mia esistenza, entrambi i gruppi senza scegliere mai in quale stare.

Quando accolgo gli imprevisti della vita con curiosità, riesco quasi sempre a trovare spiegazioni e conseguenze, belle o brutte che siano, ma non ho mai compreso il progetto superiore per soddisfare il quale l’evento fosse accaduto.

Escludendo l’idea che esista un epitaffio scritto ancor prima della mia nascita, ciò che ho notato è che l’azione produce sempre una reazione su larga scala, che il mio pensiero da solo non sposta nulla ma, se lo condivido, diventa movimento.

Qui però la storia si complica, poiché anch’io ricevo le onde dei movimenti altrui, perciò il ragionamento mi confonde e porta ad un punto e accapo.

Oggi un amico mi ha detto che è nelle situazioni stagnanti, che l’esistenza si complica: in effetti, quanta concentrazione serve per riuscire a rimanere immobili? E di quante cose ci priviamo, mentre le nostre attenzioni sono dedicate al mantenimento dello stallo?

Sono stata capace di grandi cambiamenti, ma ho anche trascorso buona parte della mia vita a cercare di mantenere situazioni insoddisfacenti. Spesso nella convinzione che fosse la strada giusta, a volte per non disturbare le persone coinvolte, ma in alcune, le più dolorose, sono rimasta per dare soddisfazione al mio ruolo di vittima.

Guardo quel solco e scelgo di muovermi, spintonare se serve. Accetto di sbagliare ma sempre lottando per dare soddisfazione, ora, ad un ruolo più soddisfacente: quello del coprotagonista.

Liberamente tratto dalle pagine di Costanza Battistini su Medium.com

Costellazioni Ipnotiche e Organizzazioni: per una Case History

Un compito improbo

tartufoAvete mai provato a descrivere un sentimento a chi non l’abbia mai provato? La sensazione che comunica un luogo a chi non sia stato in nessuno di simile? Il sapore di un alimento, che so, di un tartufo a chi ha mangiato solo hamburger?

Certo, ci si può inerpicare nella difficile strada delle metafore, delle allegorie poetiche, delle similitudini… ma mica tutti hanno quella sensibilità e l’attitudine ai voli pindarici indispensabile per ottenere qualcosa anche per quella via e, per di più, anche quelli che pensano di averla possono viverla in un modo del tutto diverso.

Se, per esempio, uno provasse a descrivere il gusto del tartufo incrociando quello del porcino con quello dell’aglio sono sicuro che la maggior parte dei lettori che lo hanno provato dissentirebbero, per scoprire oltretutto che molti che odiano l’aglio o i funghi apprezzano invece i tartufo o viceversa.

La stessa cosa si può dire che avvenga quando si cerca di descrivere quello che si verifica durante gli incontri di Costellazioni, con un’aggravante: qui non si ha a che fare solo con l’evento ma anche con gli effetti da esso attesi, le aspettative e i fenomeni collaterali che condizionano la verifica degli effetti stessi. Continua a leggere

Oltre la Razionalità Limitata: Costellazioni Ipnotiche e Organizzazioni

Crisi economica e della razionalità

Le nostre organizzazioni, oggi più che mai, si stanno scoprendo prigioniere dei loro stessi schemi razionali. Delle trappole che hanno avuto un forte fondamento nel periodo storico in cui le regole erano definitivamente chiare come la matematica su cui si fondavano.

sociotecniciGià dai lavori di Elton Mayo, che anticipavano i sentimenti incombenti della stessa Grande Depressione,  si comprendeva bene che sarebbe stato impossibile ridurre al piano tecnico economico la spiegazione e gli spazi di intervento nelle imprese. L’approccio di tipo socio-tecnico sistemico ha riaffermato questi principi presto dimenticati dalla più facile visione meccanicistica fondata sulle dinamiche di mercato.

Eppure proprio uno psicologo economista come Herbert Simon venne insignito del premio Nobel proprio in ragione dei suoi lavori che mettevano a fuoco quanto fosse difficile la previsione dei risultati produttivi e organizzativi prendendo in esame i meccanismi economici produttivi per il semplice fatto che la razionalità umana parte da dei limiti molto profondi che non ci permettono di lavorare altrimenti che per approssimazioni successive a partire da segmenti di pensiero e previsionali a breve raggio. Continua a leggere