"Le bambole di Dresda" acrilico su tela 80x100 - 2011 Graziano Rey

“Le bambole di Dresda” acrilico su tela 80×100 – 2011 Graziano Rey

«Io non sono se non in un campo psichico con gli altri, con la gente, gli edifici, gli animali, le piante»
James Hillman

Uno dei principi fondamentali della NuovaIpnosi è rappresentato dall’idea di inconscio su cui basa il suo approccio alle tecniche che adotta e su cui e con cui lavora. Fra queste la dimensione del gruppo è personalmente fra quelle in cui più amo operare, è quella che prediligo.

Dal mio punto di vista, e quindi da quello di NuovaIpnosi, il gruppo non riveste finalità terapeutiche, didattiche o altro. Ha essenzialmente due missioni:

  1. Sviluppare apprendimento condiviso
  2. Fare Anima” (Hillman)

Uno dei modi più “facili” (e con questa parola voglio fare riferimento a quella che è un’esperienza immediata, non per questo meno impegnativa per i partecipanti e i conduttori, anzi!) che finora ho trovato per gestire l’esperienza della NuovaIpnosi nei gruppi è quello delle Costellazioni Ipnotiche.

L’idea di Inconscio

icebergQuella dell’inconscio nella NuovaIpnosi non la ritengo certo essere un’idea straordinariamente originale, ma è anche vero che nella rappresentazione sociale, quello che le persone immaginano quando pensano all’inconscio non le somiglia molto. Lo stesso Freud aveva superato l’idea che si trattasse di un “luogo” (il modello della prima topica), tuttavia il fatto che ne si vadano a cercarne le tracce nelle aree cerebrali come pure nel patrimonio genetico ci fa capire che in definitiva non ci si è allontanati da questo modo di pensare grossolano di una fisica delle masse e della “sostanza”. Se la fisica si è allontanata parecchio da questa superstizione arcaica non altrettanto ha fatto la medicina e, quel che è ancora più paradossale, la psicologia. L’idea che l’inconscio sia “dentro” il nostro corpo ci rassicura, ma è anche una maledizione. All’inconscio “spazzatura”, com’è stato vissuto per almeno mezzo si è sostituito quello salvifico della seconda metà del secolo scorso, esattamente nello stesso modo in cui l’umanità ha vissuto nel terrore del diavolo per una buona parte della sua storia e nella sua negazione per un periodo simile, ma esorcizzare l’idea di doppio contenuta nel principio diabolico non ci conduce di certo ad una maggiore integrità. È impossibile smettere di avere paura e nessuna conoscenza ci può offrire una garanzia in questo senso: possiamo solo accettarla come una parte costitutiva di noi e quindi integrarla nelle nostre esperienze, lasciare che ci insegni e provare a insegnarle a conoscerci di più.

Nello stesso modo è importante comprendere che quel “noi stessi” che ho appena vergato non è un’identità separata, ma piuttosto una sezione del nostro essere qui ed ora e nello stesso tempo lì e altrove del quale possiamo conoscere solo gli aspetti che riescono a venire individuati

  1. dai canali sensoriali
  2. dal linguaggio

Il fatto che la conoscenza che identifica chi siamo sia drammaticamente limitata non ci permette di giustificare il senso di ottimismo di cui è pervasa la scienza, ma solo di affidarci con serenità al destino, nondimeno facendo il possibile per renderlo più confortevole alla nostra missione di trasformazione alchemica e di “scelta” esistenziale.

Tutto quello che sta fuori questa sezione di “Realtà” che chiamiamo la nostra realtà è ciò che non trova posto nel nostro linguaggio: una dimensione potenzialmente molto più infinita dell’idea che abbiamo dell’Universo, anche perché esula dai nostri correlati dimensionali quantitativi. Ebbene questa dimensione nella nostra idea non è una “cosa” ma una moltitudine di livelli di realtà che interagiscono fra di loro e con quella minima sezione di entità che siamo soliti chiamare “io” e “noi”.

Questa è quindi la sezione di Realtà di cui non siamo consapevoli.

Non ne siamo consci.

È il non-conscio ovvero l’in-conscio. Un inconscio che contempla la possibilità di più piani di relazione (estrapolando, di esistenza) e quindi un inconscio che è attore nei confronti della nostra vita e della comprensione di noi stessi.

Il modo privilegiato per favorire la comunicazione con l’inconscio è costituito dall’interruzione o più realisticamente la “rarefazione” del pensiero linguistico che si verifica nelle esperienze estatiche e in quelle meditative, nella transe evocativa e nel paradosso (si pensi ai koan del Buddismo Zen).

La nostra cultura, attraverso i suoi apparati di controllo e sorveglianza cognitiva, ha sottratto e spesso relegato nella superstizione buona parte degli spazi per realizzare queste esperienze. Non è un caso che si sia creata di pari passo una proporzionale corrente volta a legittimare il bisogno che le persone hanno di riallacciare i rapporti con questa parte di conoscenza che esula ogni hybris, ogni sforzo della scienza di costringere l’infinito inconscio nel suo modesto letto di Procuste e il tentativo da parte di molti, dall’una e dall’altra parte, di creare un dialogo felice si va sempre più scontrando con il fanatismo che vede nel conflitto “definitivo” l’unica via praticabile.

Ritengo che quella delle Costellazioni sia una strada volta a ricostruire questo dialogo, nel momento in cui si va a lavorare nella rappacificazione fra le nostre presuntuose credenze umane e la dimensione del Sacro, che in fondo è un altro modo per chiamare quanto non conosciamo che ci partecipa e che intuiamo essere infinitamente più grande di noi.

Le Costellazioni Ipnotiche

È fatto ormai acquisito il contributo offerto alla psicologia dall’operazione sinottica di Bert Hellinger nell’introdurre il metodo da lui battezzato Costellazioni Familiari Sistemiche, un approccio inevitabilmente controverso quanto fautore di cambiamento nel modo di percepire il lavoro psicologico e non solo.

Intanto ha consentito di riallacciare il rapporto con le tradizioni del culto degli antenati che appartengono, non solo ai paesi dell’oriente e del sud del mondo, ma anche più che mai alla nostra storia che fino ai popoli latini conferiva grande rispetto verso i propri mani.

Poi ha ricollegato la tradizione eziologica transgenerazionale del disagio, quella che appartiene alla psicanalisi che riteneva necessario risalire ad un fatto traumatico della propria persona la ragione delle fissazioni causa delle nevrosi. Il fatto di ripercorrerle ed elaborarle, in questo modello consentiva di liberarsi degli influssi nefasti di questi “focolai” che una volta “aperti” potevano “spurgare l’infezione”.

Come nella Psicogenealogia di Anne Schützenberger e la terapia familiare transgenerazionale di Ivan Boszormenyi-Nagy, anche per Hellinger le radici delle sofferenze andrebbero individuate nei traumi riferiti, non solo alla nostra persona, ma a quello che potremmo definire il nostro clan, anche se quest’idea ha poi traguardato in direzione delle popolazioni, fino alla specie umana nel suo complesso.

L’indiscutibile coerenza e serietà che ha portato Hellinger a lasciare “open source” il suo modello in un “mercato” che finisce per mettere il marchio a varianti banali di pratiche del tutto comuni ha portato anche al male calcolato di una notevole moltiplicazione di scuole e operatori di Costellazioni Familiari con gli indirizzi e le modalità di lavoro più disparate. Molte componenti mi legano ad Hellinger mentre alcune mi sono estranee, ma devo dire che si sente il bisogno di ridefinire la pratica come un metodo generico per non correre il rischio di dare informazioni sbagliare rispetto a quello che si fa.

Mappa delle Costellazioni Ipnotiche

Riferimenti ispiratori e concetti cardine delle Costellazioni Ipnotiche

Non è un caso che per parlare di Costellazioni nel modello della NuovaIpnosi abbia anteposto una lunga introduzione sull’idea di Inconscio da cui partiamo: proprio questo modello di Inconscio, infatti, qualifica l’attività che viene da noi svolta con il ricorso al metodo delle Costellazioni, quest’ultimo ispirato a Hellinger.

Una prima fondamentale differenza è costituita dalla presa di distanza dal causalismo lineare e quindi dalla forzatura che vuole le cause di quanto accade fissate in taluni eventi della nostra storia. Semmai la storia è ricca di concause, ognuna delle quali va ad influenzarne o a generarne altre in una rete assolutamente indistricabile di relazioni imbricate. Prendere la matassa da un bandolo o scegliere di snodare un ganglio della rete è un’operazione legittima, probabilmente utile, ma in definitiva arbitraria e certo non risolutiva.

Quello che occorre fare non è di risolvere i problemi, ma di interrompere gli stalli, in modo tale che i giochi o le storie possano continuare a fluire.

Proprio l’idea di “storie” prende le distanze da quella di Storia che siamo abituati a portare con noi e da cui certo i metodi genealogici fanno fatica a prendere le distanze. Le storie si intersecano fra di loro proprio come nella narrativa picaresca splendidamente esemplificata nel Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Nepomucen Potocki e il significato di cui si va cercando non si ottiene da un’operazione di diagnosi etiogenetica, ovvero nell’individuazione della causa riduttivistica, quanto nel compito di unire i puntini (euristico-estetico, invece che interpretativo-ermeneutico) descritto dalla conferenza di Steve Jobs a Stanford.

Se dovessi trovare un riferimento alla mia idea di psicogenealogia proporrei proprio questo romanzo come libro di testo. I gruppi di Costellazioni Ipnotiche non di rado presentano giochi di specchi analoghi a quelli contenuti nelle vicende descritte da Potocki e non è la riduzione, ma piuttosto l’aumento di varietà a caratterizzare il campo semantico.

Nell’immagine che trovate qui sopra potete vedere delle celle colorate che rappresentano le teorie, pratiche e personalità che hanno influenzato le Costellazioni Ipnotiche, mentre sono colorate in grigio le istanze presenti nell’esperienza e le dimensioni che caratterizzano la specificità del lavoro, laddove sono colorate in rosso le celle che costituiscono delle linee di tendenza o meta-missioni.

Di queste hanno sicuramente grande importanza il modello multi-dimensionale della realtà e dell’inconscio che ho introdotto qui sopra, ma quello che maggiormente conta nell’esperienza vissuta nel gruppo è:

  • l’apprendimento della riduzione dell’ipertrofia della centralità dell’io
  • lo sviluppo di percezioni sottili
  • la crescita di un gruppo che impara proprio dalla sua esperienza di campo.

Infine vorrei chiudere il cerchio con il paragrafo di apertura.

Alla domanda legittima e alquanto frequente che rivolgono partecipanti ed interessati a chi organizza Costellazioni: “Che cosa succede e soprattutto da dove arrivano le cose che succedono?”, la mia risposta è che nelle Costellazioni Ipnotiche si crea un particolare Campo di Coscienza o Mentale” proprio di quello specifico gruppo.

Al suo interno si genera uno stato di indebolimento delle definizioni di realtà (per questo un simile metodo è generalmente controindicato a persone che hanno già problemi di dissociazione con la realtà quotidiana), ovvero una condizione di transe di gruppo (da cui l’aggettivo “ipnotiche” attribuito alle nostre costellazioni).

In questo modo si entra in una maggiore sintonia con le percezioni sottili che inducono alle altre dimensioni del reale, quelle che Jung chiamava le istanze dell’Inconscio Collettivo. È il gruppo stesso che a quel punto si fa counselor del membro che vuole approfondire la propria situazione. La risposta del gruppo è spesso una stupefacente impersonazione delle componenti della situazione, ma bisogna sottolineare che il risultato di questa elaborazione non è una spiegazione, ma piuttosto un’evocazione.

Qualche cosa può accadere (non è obbligatorio che accada) e i risultati non sono esprimibili in termini di causa ed effetto, ma di trasformazione del campo esperienziale (cfr. Lewin in psicologia sociale, e Sheldrake in fisica): quello personale, quello del gruppo e perfino quello del sistema esterno chiamato in causa in maniera del tutto a questo inconsapevole (ed è in genere meglio che rimanga tale!).

Il  graduale perfezionamento del lavoro sul campo esperienziale e sull’inconscio collettivo sostenuto dal gruppo potrebbe condurre ad una trasformazione della percezione della realtà, non tanto nel senso di una perdita di confini, ma caso mai di ampiamento della varietà e di ridimensionamento delle problematiche da attaccamento e quelle conseguenti da stallo.

Proprio la forte correlazione dei vissuti di stallo esistenziale con l’insorgere di patologie croniche fa sì che si possa considerare la partecipazione a gruppi di Costellazioni Ipnotiche un percorso che può influenzare positivamente il decorso patologico organico.

Resta da dire che, per quanto consideri quelle delle Costellazioni delle esperienze di trasformazione e di crescita molto valide, una delle principali controindicazioni ad una loro eccessiva diffusione sono le aspettative miracolistiche spesso indotte, non solo dai conduttori, ma spesso proprio dai partecipanti (che non di rado finiscono per inflazionare l’io del conduttore inducendo un’inversione di risultato).

Alla fine l’esperienza di esistere è un susseguirsi di diversi livelli di apprendimento che possono portare ad una quintessenza del proprio percorso , un livello non linguistico di consapevolezza: le Costellazioni Ipnotiche sono in fondo uno dei possibili ma spesso trascurati momenti rarefatti di apprendimento, invece che attraverso il linguaggio, per mezzo degli stati di coscienza e della consapevolezza sottile.

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