Lei (o forse era un lui) non voleva vivere in questo modo e piangeva tutto il tempo per quello che il destino le aveva riservato.

Poco importava che si potesse vivere diversamente: doveva compiere quel destino.

Non perché fosse giusto e in cuor suo sapeva che c’era di meglio e che le sarebbe stato possibile e perfino che avrei potuto aiutarla, ma la ricerca d’aiuto che mi rivolgeva era paradossale. Sapeva che la strada che aveva intrapreso era fallimentare, ma voleva che la rendessi comunque possibile. 

È vero che è sbagliata e perfino tanto irragionevole che farei bene a desiderare che mi facessi superare questo stallo, però questa strada è la mia strada, questo destino è il mio destino. Lo odio perché mi fa soffrire e mi uccide, ma senza di lui non mi sentirei io e non voglio minimamente neppure che mi aiuti a conviverci perché sarebbe come indebolirlo e con esso la mia identità. Non posso perderlo senza perdere me stessa..
La sola cosa che riuscii a fare fu di dirle che era bella e che l’amavo mentre l’accompagnavo alla porta. Poi le stetti vicino (anche se potrebbe essere un gli) e ogni tanto presi a mostrarle che c’era il sole e nella notte le stelle e che il destino non era poi una cosa così grande come quel cielo con poca gloria che per questa grandezza avrebbe potuto abbracciare anche un destino così capriccioso. 

“Se desidero un’acqua d’Europa altro non è che la pozza fredda e scura dove una bambina colma di malinconia abbandona una barchetta brilla come una farfalla in maggio” A. Rimbaud